In un contesto di mercato nel quale si parla molto di Sovranità Digitale, l’incontro di presentazione del libro “Storia e Controstoria delle telecomunicazioni Italiane” ha offerto l’occasione per una riflessione sul significato di Sovranità alla luce delle radici storiche e delle fragilità strutturali del sistema italiano delle telecomunicazioni, che evidenzia una perdita progressiva di autonomia che oggi si riflette anche sul piano geopolitico e sociale.
Nel corso del dibattito, il concetto stesso di sovranità digitale viene profondamente ridefinito. Franco Bernabè, già presidente di Telecom e della GSMA, chiarisce come la sovranità non sia più legata alle infrastrutture fisiche – reti e cavi che “non si muovono” – ma al controllo dei servizi digitali, dei sistemi operativi e soprattutto dei flussi di dati che vi transitano sopra. Secondo Bernabè, Italia ed Europa hanno progressivamente rinunciato a questo controllo, assumendo il ruolo di semplici distributori delle grandi piattaforme digitali statunitensi, con una conseguente perdita di capacità strategica e di autonomia decisionale.
A questa analisi si collega l’intervento di Maurizio Matteo Dècina, che inserisce la perdita di sovranità digitale in una traiettoria storica più ampia. Una sequenza di scelte industriali e politiche, stratificatesi nel tempo, ha progressivamente svuotato il settore nazionale delle telecomunicazioni, trasformando un Paese un tempo protagonista dell’innovazione tecnologica in un sistema sempre più dipendente da attori esterni.
Il legame tra sicurezza dei dati e sicurezza nazionale è stato sottolineato dall’Onorevole Andrea Volpi, componente della XI Commissione Lavoro, che ha definito telecomunicazioni e dati come asset strategici per il Paese. Le sfide poste da cloud, intelligenza artificiale e cybersecurity, secondo Volpi, devono essere affrontate in una cornice europea, ma con un ruolo attivo e non subordinato dell’Italia, capace di incidere sulle scelte tecnologiche e regolatorie.

Sul piano operativo, l’ing. Gianfranco Ciccarella, consulente della Sapienza e dell’università de L’Aquila, ha ricordato come la sovranità digitale e la sicurezza delle informazioni si basa sulla capacità di controllo dei sistemi di crittografia e di cifratura delle informazioni che, ad oggi, nella maggioranza delle soluzioni comunemente utilizzate è svolta da applicazioni di soggetti commerciali
e sovranazionali. Al contempo Luca Attias, dirigente della Corte dei Conti, ha richiamato l’attenzione sulle gravi vulnerabilità informatiche della Pubblica Amministrazione e del sistema universitario. I recenti attacchi informatici, ha spiegato, sono il sintomo di una carenza diffusa di consapevolezza e di cultura della sicurezza digitale. In questo contesto, l’affidamento indiscriminato a soluzioni tecnologiche esterne, in assenza di una reale strategia di sovranità digitale, rischia di rendere inefficaci anche strumenti formali di protezione come la PEC o le chiavi di sicurezza.
Su ruolo degli Over The Top e sullo squilibrio competitivo e fiscale tra le telco tradizionali e i colossi del web che incide sullo sviluppo industriale delle telecomunicazioni, è intervenuto Maurizio Matteo Dècina, richiamando il principio costituzionale della capacità contributiva. Secondo le sue stime, una tassazione coerente degli OTT, basata sul fatturato globale rapportato al traffico generato in Italia, potrebbe garantire circa 6 miliardi di euro l’anno, risorse decisive per rifinanziare e rilanciare il sistema delle telecomunicazioni.
Dècina ha inoltre puntato l’attenzione sul ruolo degli algoritmi delle piattaforme digitali, progettati esclusivamente per massimizzare il profitto. Meccanismi che, a suo avviso, finiscono per influenzare consumi, informazione e produzione culturale, generando processi di omologazione e un progressivo impoverimento sociale. In questa direzione si inserisce anche l’intervento di Conti, che ha ribadito come la sicurezza dei dati non possa essere ridotta a una questione puramente tecnologica, ma rappresenti un tema di responsabilità sociale e di tutela della persona.
Le conclusioni del dibattito convergono su una valutazione condivisa: la perdita di sovranità digitale non è il risultato di un singolo errore, ma l’esito di scelte politiche, industriali e culturali accumulate nel tempo. Dario Denni, esperto di regolamentazione in ambito europeo, ha ricordato come in passato siano stati mancati gli obiettivi dell’Unione Europea relativi alla creazione di un mercato unico delle telecomunicazioni. Un rischio che, secondo Denni, potrebbe ripetersi anche sul tema della sovranità digitale, spesso evocata in termini di “sovereignty washing”, senza che alla retorica seguano azioni politiche concrete.
Nel loro insieme, gli interventi restituiscono un messaggio chiaro: senza un reale controllo su dati, algoritmi e piattaforme, la sicurezza digitale resta una formula vuota. Recuperare sovranità significa recuperare capacità decisionale, tutela dei diritti e visione di lungo periodo, rimettendo tecnologia e innovazione al servizio dell’interesse collettivo.




