Il comparto TLC italiano è in un mercato con una alta gamma di offerta che ha generato anni di competizione esasperata al ribasso e che ha ridotto i margini fino a raggiungere i livelli tra i più bassi d’Europa. Dopo lo scorporo della rete di TIM, ci si trova ad affrontare una sfida cruciale: garantire investimenti massicci in 5G, fibra e sicurezza digitale, senza compromettere la sostenibilità industriale e occupazionale; Trovare la formula per migliorarne la redditività e tornare a generare valore per gli “stakeholder”: consumatori, lavoratori e sistema Paese.
Unica via per uscire da questo vicolo cieco economico-commerciale, innescato dalla richiesta di altissima competizione voluta dalla UE e sposata dai vari governi a guida dell’Italia negli ultimi decenni, è il consolidamento tra operatori.
Iliad è il principale partner indiziato come elemento di consolidamento, dopo una prima ipotesi di matrimonio con TIM (che sembra sfumata), ora è di attualità una fusione con Wind Tre. Questo rappresenta non solo un’evoluzione naturale del mercato, ma un passaggio necessario per rafforzare la filiera TLC italiana.
Un mercato più concentrato significa mantenere la concorrenza e renderla più sana, quindi meno incentrata sul prezzo e più orientata alla qualità, in termini di innovazione e resilienza delle infrastrutture.
Il passaggio obbligato però è il riallineamento delle tariffe sia in ambito fisso sia in ambito mobile, per arrestare anni di deflazione competitiva e, secondo il mercato, unica via per consentire di aumentare la capacità d’investimento, migliorare la qualità dei servizi e garantire maggiore stabilità occupazionale.
L’effetto sistemico del riallineamento sarebbe significativo: più risorse per la copertura delle aree rurali, maggiore velocità nell’implementazione di reti 5G standalone e successive evoluzione e della fibra ottica (FTTH), investimenti in cybersecurity nazionale e piattaforme digitali evolute. Ma anche un incremento del contributo fiscale, grazie al ritorno alla redditività del settore, e una minore dipendenza dalle sovvenzioni pubbliche per la costruzione di infrastrutture essenziali.
Quello che l’AD di TIM definisce il secondo tempo nel mercato è l’avvio di un nuovo ciclo industriale nel settore delle telecomunicazioni; la sostenibilità finanziaria e la nuova centralità del cliente potrebbero accelerare la trasformazione digitale del Paese. Un ecosistema digitale più avanzato che abilita crescita economica e competitività del Paese genera più valore percepito dal cliente, non solo più costo. Il ritorno alla redditività equivale anche ad un maggiore contributo fiscale e meno sussidi indiretti.
Le telecomunicazioni sono un’infrastruttura nazionale strategica, come energia e trasporti. Tornare a un equilibrio tra prezzo, innovazione e sostenibilità è indispensabile!
Se poi volgiamo lo sguardo verso il benessere sociale, le aziende sono chiamata a garantire la sicurezza occupazionale e la valorizzazione del capitale umano, un mercato strutturalmente sostenibile genera maggiore stabilità occupazionale, investimenti in competenze, formazione e nuovo capitale umano con ruoli più qualificati nelle aree strategiche (AI, cybersecurity, OTT partnership, B2B & cloud, gestione reti).
Il riequilibrio del settore consente di abbandonare il modello di sostenibilità delle TLC che oggi deriva essenzialmente da politiche pubbliche di supporto agli investimenti, da bandi e incentivi per coperture nelle aree non profittevoli e dalle regolazioni tariffarie e assetti infrastrutturali complessi, con conseguenza di meno oneri per lo Stato e i cittadini, più autonomia industriale e maggiore stabilità finanziaria lungo tutta la filiera.





